Sentenze, Giustizia & Dintorni (a cura dell' Avv. Marco Martini e in collaborazione con il Portale giuridico Litis.it)
ITALIANI NON PAGANO IL CONDOMINIO, PIU' CAUSE IN TRIBUNALE
SANAA UCCISA PER IL SOGNO DI INTEGRARSI, OGGI L'AUTOPSIA
E' morta per dissanguamento Sanaa Dafani, la ragazza marocchina di 18 anni uccisa martedì a coltellate in un bosco a Montereale Valcellina (Pordenone). Per stabilire con precisione quale sia stata la ferita che ha causato l'emorragia letale bisognerà attendere l'autopsia di oggi. Secondo i primi rilievi, Sanaa presenta varie ferite in diverse parti del corpo, compresa la gola dove potrebbe essere stata raggiunta da una o più coltellate che potrebbero poi essere risultate mortali.
AUSTRALIA: STUPRA LA FIGLIA PER 30 ANNI, ARRESTATO
SYDNEY - In un caso simile a quello dell'austriaco Josef Fritzl, che tenne rinchiusa la figlia per 24 anni avendo con lei sette figli, un uomo è stato arrestato in Australia e incriminato di una serie di reati di sesso e di incesto commessi con la figlia in un arco di 30 anni. L'uomo, oltre 60 anni, dovrà comparire in tribunale in novembre, per rispondere di circa 80 capi d'imputazione, fra cui stupri e minacce di morte. I test del dna avrebbero stabilito che l'uomo è il padre dei quattro figli della donna, uno dei quali morto poco dopo il parto, tutti nati in ospedale ma senza il nome del padre sui certificati di nascita. La notizia è stata rivelata in esclusiva dal quotidiano di Melbourne Herald Sun, secondo cui l'uomo aveva iniziato a stuprare la figlia quando aveva ancora 11 anni, minacciandola di violenze contro la madre. E' stato arrestato in febbraio dopo che la figlia aveva raccontato tutto ad un poliziotto, ma un tribunale aveva emesso un ordine di soppressione. Il ministro dei servizi alla comunità, Lisa Neville, ha ordinato un rapporto urgente sul caso: "Non so quale coinvolgimento abbiano avuto la polizia, il mio dipartimento o altre agenzie, negli ultimi 30 anni", ha ammesso.
Scuola: Il Tar Lazio dice no a scrutini e crediti, violato il pluralismo
Da parte sua Fioroni ha ricordato di aver solo "applicato la legge", rimandando ora la questione al ministro Gelmini. Secondo quanto riferito dai ricorrenti, nella sentenza (n. 7076/2009 del 17 luglio) è stabilito che "un insegnamento di carattere etico e religioso, strettamente attinente alla fede individuale, non può assolutamente essere oggetto di una valutazione sul piano del profitto scolastico" e che lo Stato "non può conferire ad una determinata confessione una posizione "dominante" violando il pluralismo ideologico e religioso". "L'attribuzione - si legge nella sentenza - di un credito formativo ad una scelta di carattere religioso degli studenti e dei loro genitori, quale quella di avvalersi dell'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche dà luogo ad una precisa forma di discriminazione, dato che lo Stato Italiano non assicura identicamente la possibilità per tutti i cittadini di conseguire un credito formativo nelle proprie confessioni ovvero per chi dichiara di non professare alcuna religione in Etica Morale Pubblica". Il Tar del Lazio si era già pronunciato nella stessa direzione nel maggio 2007, quando accogliendo un ricorso aveva sospeso l'ordinanza. La decisione era stata impugnata dal ministero e l'Avvocatura di Stato ne aveva accolto la richiesta. Numerose le reazioni. "Ho dato attuazione a un quadro legislativo e a una normativa precedente e vigente" ha detto Giuseppe Fioroni che chiama in causa anche l'attuale ministro. "Visto che al conseguimento dei crediti formativi concorrono una serie molto ampia e varia di discipline, non ultimi anche corsi di danza caraibica - ha detto - ritengo quindi che possa contribuirvi anche l'ora di religione o della materia sostitutiva, come previsto per legge. Mi auguro su questo di poter conoscere anche il pensiero del ministro Gelmini".
Resta da vedere cosa farà viale Trastevere se presenterà ricorso o meno. Intanto, la Consulta sulla laicità annuncia che "un nuovo ricorso per un'uguale ordinanza per l'anno scolastico successivo é stato presentato in maggio". "La scelta di frequentare l'ora di religione attiene ai convincimenti personali, non può essere misurata come una materia di insegnamento". Ha commentato la presidente del Coordinamento Genitori Democratici, Angela Nava, tra le associazioni ad aver promosso il ricorso. "Soddisfazione" è stata espressa dalla Tavola Vadese e dalla Flc Cgil. Escludere gli insegnanti di religione dagli scrutini è a sua volta discriminatorio, invece, per Paola Binetti (Pd): "Crea dei docenti di serie A e di serie B" e questo, aggiunge, "contraddice tra l'altro l'altissimo numero di persone che scelgono l'insegnamento della religione e si aspettano che, una volta scelto, non sia un optional ma entri a pieno titolo nella valutazione". Una decisione discriminatoria anche per Maurizio Gasparri (Pdl), per il quale verrà cancellata dai successivi gradi di giudizio: "E' una decisione estemporanea che sarà sicuramente cancellata". Rincara la dose Fabrizio Cicchitto (Pdl): "Quella del Tar è una sentenza discutibile. La materia andrebbe approfondita con serenità". Di diverso avviso Maurizio Turco deputato dei Radicali: "La sentenza ci sembra il minimo sindacale, ma è triste vedere che la politica ha bisogno del Tar per decidere su queste cose".
Con la riforma dimezzati i tempi del processo civile
Il nemico numero uno è la giustizia lumaca. In materia di procedimenti civili l’ambizioso obiettivo è quello di ridurre della metà i tempi del processo. Per arrivare a ciò, nel disegno del governo, si introdurranno nuovi istituti come il procedimento sommario di cognizione (rito sommario non cautelare), la testimonianza scritta, nuove misure coercitive per l’esecuzione degli obblighi sanciti dalle sentenze. Inoltre, arrivano sanzioni pecuniarie più efficaci a carico della parte che, con il proprio comportamento, determina un allungamento dei tempi di durata del processo. È previsto anche un filtro per i ricorsi in Cassazione in modo che la Suprema Corte non venga ingolfata e che possa concentrare la sua attività solo sulle questioni nuove e di maggiore rilievo.
Anche i ciclisti rischiano la patente
Un caso tipico, più normale, potrebbe essere quello del ciclista sorpreso al cellulare, un comportamento scorretto molto diffuso a Milano e che prevede la perdita di punti. Una sperequazione evidente, secondo alcuni, e soprattutto secondo le associazioni di ciclisti, che denunciano l’ennesimo “provvedimento vessatorio” a fronte delle promesse “mai realizzate sulle piste ciclabili”. “Siamo chiari – spiega un funzionario dei Vigili – andare in bici sul marciapiede, passare col rosso o attraversare sulle strisce pedonali con la bici al fianco era vietato anche prima”. Il provvedimento riguarda tutti i ‘veicoli’ e comprende quindi i velocipedi e i carretti a braccia. “Il Codice prevede di togliere i punti, ove previsto, anche ai conducenti di velocipedi, e quindi c’é poco margine per discuterne – spiega Emiliano Bezzon, Comandante della Polizia Locale di Milano – Non è impossibile, poi, che qualche cittadino decida di ricorrere al Giudice di Pace, ma solo dopo una pronuncia degli organi giuridici competenti potrà essere cambiato qualcosa. Penso al 2003 – precisa – quando con l’introduzione della patente a punti, in caso di impossibilità di contestazione al conducente rischiava la decurtazione dei punti il proprietario della vettura. In quel caso, alla fine, si era pronunciata la Cassazione”. Tornare a casa in bici alticci, magari pure sul marciapiede, potrebbe quindi costare molto caro. “Io la patente non ce l’ho – dice un anziano fuori da una trattoria di periferia – ma se mi sequestrano la bici con cosa ci vado al bar?”.
Frattini: “Entra in Italia solo chi rispetta le leggi”
“Accoglienza fa rima con integrazione. Quindi, chi viene in Italia deve rispettare le leggi in vigore, giurare sulla nostra bandiera. E’ una condizione elementare, perché non possiamo volere la botte piena e la moglie ubriaca”. Franco Frattini, intervistato dal Giornale, condivide “appieno” il messaggio del capo dello Stato nell’anniversario della tragedia di Marcinelle: “Noi vogliamo il successo dell’immigrazione extracomunitaria”. “Ma proprio per questo – sottolinea il ministro degli esteri – vogliamo che il sans papier emerga dalla clandestinità, altrimenti viene sfruttato due volte: guadagna meno di un collega regolare e senza diritti sociali”. In altri termini, “si tutela la dignità umana – ammonisce Frattini – evitando che questi rimangano vittime dell’abbandono, in mano ai loro aguzzini. Perché l’immigrazione clandestina e il traffico degli organi umani rappresentano lo schiavismo del Ventunesimo secolo”.
A giudizio del responsabile della Farnesina, non c’é insomma altra strada se non “applicare dalla prima all’ultima virgola le norme inserite nel pacchetto sicurezza”, a partire dal reato di clandestinità: “Nessun contrasto alle direttive europee”. Il reato – puntualizza Frattini – è semplice deterrente: “Chi non ha lavoro, è senza casa e viola le nostre regole, deve andare via. Ma niente carcere”. E comunque, assicura il ministro, “nessuna colf o badante processata o espulsa. Gli anziani stiano dunque tranquilli”. Frattini rassicura anche i pescatori di Mazara del Vallo: “Il nodo sono le divergenze sulla larghezza delle acque territoriali. ma nel negoziato con la Libia, avviato lo scorso anno, figura pure il dossier sulla pesca”. Il governo garantirà gli interessi dei pescatori italiani: “Il 30 agosto a Tripoli, se non prima, il premier Berlusconi vorrà avere da Gheddafi la parola definitiva per arrivare a una conclusione positiva”.
Per contrastare gli arrivi di immigrati clandestini l’Italia non adotta respingimenti, ma applica le norme contenute nel “protocollo opzionale dell’Onu sul traffico di persone via terra, mare, aria”. E’ quanto il governo italiano, secondo quanto si è appreso, sosterrebbe nella relazione consegnata al Comitato del Consiglio d’Europa per la prevenzione della tortura (Cpt), nei giorni scorsi in Italia per esaminare la politica nazionale di contrasto all’immigrazione clandestina. Tra maggio e luglio scorsi, sono state oltre 600 le persone fermate in mare prima del loro arrivo in Italia e rinviate, per la maggior parte in Libia e Algeria. Tra loro, secondo quanto riferito nella relazione consegnata al Cpt, anche donne e minori. Nei loro confronti l’Italia negherebbe di aver applicato il principio del respingimento, sostenendo di aver rispettato il protocollo opzionale contro il traffico di esseri umani. Il protocollo, approvato a Palermo nel 2000, è stato più volte oggetto di critiche da parte delle associazioni che difendono i diritti dei migranti secondo le quali non riconosce un vero e proprio diritto della persona ‘trafficata’ a rimanere nei paesi di destinazione, prevedendo la concessione del permesso di soggiorno solo in casi valutati con discrezionalità. Inoltre, per quanto riguarda il rimpatrio, il protocollo – sempre secondo le associazioni – si limita ad affermare che “dovrebbe essere preferibilmente volontario”. Elementi di discrezionalità questi che non tutelerebbero adeguatamente le vittime del traffico.
La missione del Comitato in Italia - Il Comitato per la prevenzione della tortura è stato in missione in l’Italia tra il 27 e il 31 luglio scorsi. Scopo della missione era di esaminare i vari aspetti della politica messa in atto dall’Italia rispetto all’intercettazione in mare di immigrati clandestini diretti verso le coste meridionali del Paese e rinviati in Libia. In particolare, la delegazione del Cpt si è concentrata sul sistema di salvaguardia per assicurare che nessuno venga rinviato in un Paese dove correrebbe il rischio di essere torturato o maltrattato. Nel corso della visita la delegazione ha incontrato rappresentanti dei ministeri dell’Interno, della Giustizia, della Difesa, oltre che di Carabinieri, Guardia di Finanza, Guardia Costiera e Marina Militare. La delegazione si è inoltre recata nei centri di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria a Roma, presso il Cda Contrada Piano del Lago e il centro per minori Germoglio di Caltanisetta e al centro per minori Prospettiva di Catania.
Prestazioni sessuali dai detenuti. 3 anni e 10 mesi a ex cappellano
Lo sottolinea la Cassazione, confermando la condanna a 3 anni e 10 mesi inflitta dalla Corte d’appello di Genova a un ex cappellano, Giuseppe Stroppiana, all’epoca dei fatti in servizio nel penitenziario di Sanremo, ritenuto responsabile di concussione per aver indotto, tra il 1988 e il 1994, alcuni detenuti a concedergli prestazioni di natura sessuale, con la prospettiva di poter incidere sulla loro posizione giudiziaria.
Contro tale verdetto, l’imputato si era rivolto ai giudici di piazza Cavour, ritenendo insufficiente la motivazione inerente la sussistenza del reato di concussione. La Suprema Corte (sesta sezione penale, sentenza n.12) ha rigettato il ricorso del religioso: «il cappellano non svolge una funzione pubblica legislativa o giudiziaria - sottolineano gli `ermellinì - né, dopo il ridimensionamento dei compiti originariamente attribuitigli, una funzione amministrativa, intesa come attività caratterizzata dalla formazione e dalla manifestazione della volontà della pubblica amministrazione o dal suo svolgersi per mezzo di poteri autoritativi o certificativi, sicchè non riveste la qualità di pubblico ufficiale”». Però, si legge ancora nella sentenza, «avuto riguardo ai compiti che la legge attualmente gli assegna e che sono funzionali all’interesse pubblico perseguito dallo Stato nel trattamento delle persone condannate o internate, il cappellano sicuramente svolge un servizio pubblico».
La riforma carceraria del 1975, ricordano i giudici di ´Palazzaccio, «tradendo in parte i propositi di laicizzazione della vita pubblica, continua a prevedere che il trattamento del condannato e dell’internato sia svolto avvalendosi anche `della religione e a tal fine, mantiene il servizio di assistenza cattolica come servizio stabile e interno alla struttura penitenziaria”.
In ogni caso, rileva la Cassazione, «non può sottacersi che, nella prospettiva di affrancarsi, con una qualche timidezza, da tendenze confessionali», la riforma carceraria «ha comunque rimosso il cappellano dal Consiglio di disciplina e dalla quasi totalità delle funzioni amministrative che il regolamento precedente gli conferiva». Il cappellano infatti è stato «privato anche del potere di controllo sulla corrispondenza, del governo della biblioteca, del potere di redigere i rapporti per l’osservazione del detenuto. I suoi compiti - conclude la Suprema Corte - di norma sono essenzialmente di natura religiosa e consistono nell’organizzare e presiedere alle pratiche di culto e nell’istruire e assistere i detenuti».
Per la Cassazione i riti Vudù sono malefici
Sulla base di queste considerazioni, la Cassazione ha confermato le condanne per associazione per delinquere, sfruttamento della prostituzione, introduzione illegale nel territorio dello Stato, riduzione e mantenimento in schiavitu' nei confronti di quattro persone che avevano costituito un'associzone finalizzata alla tratta di donne nigeriane avviate alla prostituzione nel circondario di Cagliari. Le stesse, ricostruisce la sentenza, venivano assoggettate ed intimorite con riti vudu' prima della partenza, ripetuti all'occorrenza in Italia. Inutilmente i quattro imputati, gia' condannati dalla Corte d'assise d'appello di Cagliari il 20 dicembre del 2007, hanno tentato di difendersi in Cassazione, lamentando tra l'altro l'insussistenza della riduzione in schiavitu' visto che i riti vudu' non sono frutto di magia nera, bensi' manifestazione di una religione articolata in cerimonie regolarmente officiate e amministati da una chiesa organizzata che provvede a somministrare il realtivo insegnamento nelle scuole.