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In auto vietato toccare il telefono

La sentenza della suprema Corte (n. 3766 del 27 maggio 2008) ha respinto il ricorso di un'automobilista, "pizzicato " e multato perché consultava la rubrica del proprio telefonino mentre era alla guida. La decisione dei giudici fornisce un'inedita e più severa interpretazione alla legge che vieta l’uso dei cellulari durante la guida: con essa, infatti, il divieto si estende anche al recupero dei dati dalla rubrica o alla scrittura di un sms, poiché il reato si compie nel momento in cui si lasciano le mani dal volante per utilizzare il cellulare. Il giro di vite vuole prevenire sia la possibile distrazione del conducente, che dirotta la propria attenzione verso un oggetto estraneo alla guida, sia l'impegno di «una delle mani sull'apparecchio, con temporanea indisponibilità e, comunque, consequenziale ritardo nell'azionamento, ove necessario, dei sistemi di guida». Alla sentenza emessa dal Palazzaccio si aggiunge, lo stesso giorno, l'entrata in vigore di nuove norme norme contro la guida in stato di ebbrezza e sotto l'effetto di sostanze stupefacenti. Sono previste infatti sanzioni più dure per chi guida con alcool nel sangue e la reintroduzione del reato per chi si rifiuta di sottoporsi al controllo con etilometro, fino a ieri punito con una semplice sanzione amministrativa. In entrambi i casi, inoltre, è prevista la decurtazione di dieci punti dalla patente, che viene invece immediatamente revocata se il reato è commesso dal conducente di un autobus o di un veicolo pesante.

La moglie che tradisce in casa perde i beni donati dal marito

Rischia di perdere ogni bene intestatole dal marito la donna fedifraga, rea di aver tradito il coniuge incontrando l'amante anche nella casa familiare. Lo si evince da una pronuncia della Cassazione, che ha confermato la sentenza con cui, la Corte d'appello di Messina aveva dichiarato la revocazione "per ingratitudine" delle donazioni indirette fatte da un uomo al beneficio della propria moglie, alla quale aveva intestato la comproprieta' di beni immobili acquistati con il proprio denaro. L'episodio risale al 1975, quando il marito tradito aveva citato in giudizio l'ex coniuge che, all'epoca 36enne e madre di 3 figli aveva allacciato una relazione con un 23enne. La donna si era rivolta alla Suprema Corte per chiedere l'annullamento della pronuncia dei giudici del merito, ma gli 'ermellini' della seconda sezione civile hanno rigettato il suo ricorso: "il giudice d'appello - si legge nella sentenza n.14093 - ha infatti ritenuto, in coerenza con la lettura che la giurisprudenza di legittimita' ha costantemente dato dell'istituto in esame, che l'ingiuria grave richiesta dall'articolo 801 quale presupposto della revocazione consiste in un comportamento con il quale si rechi all'onore e al decoro del donante un'offesa suscettibile di ledere gravemente il patrimonio morale della persona, si' da rilevare un sentimento di avversione che manifesti tale ingratitudine verso colui che ha beneficiato l'agente, che ripugna alla coscienza comune". Con una motivazione "esente da vizi logici o giuridici", continuano i giudici di piazza Cavour, la Corte d'appello ha ritenuto che "costituiva ingiuria grave non tanto l'infedelta' coniugale della ricorrente, la quale all'eta' di trentasei anni, gia' madre di tre figli, aveva intessuto una relazione con un ventitreenne, protrattasi clandestinamente per vari anni e sfociata nell'abbandono della famiglia per convivere con il nuovo compagno, quanto - rileva la Cassazione - l'atteggiamento complessivamente adottato, menzognero e irriguardoso verso il marito, all'insaputa del quale la ricorrente si univa con l'amante nell'abitazione coniugale".

Per il PG fu legittimo l'arresto di Filippo Pappalardi. Ma la Cassazione non la pensa cosi

L'arresto di Filippo Pappalardi, padre dei due fratellini di Gravina di Puglia, fu un atto "legittimo".È quanto ha sostenuto davanti alla corte di Cassazione il sostituto procuratore generale Vincenzo Geraci, nell'ambito delle indagini sulla morte di Ciccio e Tore, i due bambini scomparsi nel 2006 e ritrovati lo scorso febbraio in fondo a un pozzo.Il procuratore ha chiesto alla corte di rifiutare il ricorso che la difesa di Pappalardi ha presentato nel 2007 contro il provvedimento di custodia cautelare emesso nei suoi confronti. Nel caso il ricorso venisse accettato, il padre dei due fratellini, ormai a piede libero, potrebbe chiedere alla procura un indennizzo per ingiusta detenzione. Secondo Geraci, il provvedimento, che mise Pappalardi sotto custodia cautelare con le presunte accuse di rapimento, duplice omicidio e occultamento di cadavere, fu un atto pienamente giustificato dalle circostanze delle indagini.

Di diverso avviso però la I Sezione Penale della Corte di Cassazione. Per i supremi Giudici fu un errore arrestare Filippo Pappalardi ed ha annullato senza rinvio sia l'ordinanza con la quale il gip di Bari il 26 novembre del 2007 aveva disposto l'arresto di Pappalardi, sia l'ordinanza con al quale il Tribunale della Liberta' della stessa citta' il 13 febbraio scorso convalidava la custodia cautelare. In questo modo per il padre dei fratellini di Gravina scomparsi nel luglio del 2006 e ritrovati dopo 20 mesi in un pozzo non molto lontano da casa, si apre la possibilita' di chiedere e ottenere il risarcimento per l'ingiusta detenzione patita.

Più garanzie per il rimpatrio di minori rumeni

Servono più garanzie per il rimpatrio di minori rumeni. Lo ha stabiito la Cassazione, che ha bloccato l'estradizione verso la Romania - dove era stato spiccato un mandato d'arresto europeo - di una minorenne condannata nel suo paese a due anni di reclusione per furti continuati ai danni di alcuni esercizi commerciali. In questo modo la Cassazione ha sconfessato precedenti decisioni nelle quali aveva stabilito che sull'estradizione, dato che si tratta di un giudizio "tecnico-giuridico", non erano necessari giudici specializzati in caso di minori. «Al contrario - dicono oggi i supremi giudici - anche in materia estradizionale, trattandosi di minori, l'autorità giudiziaria italiana ha il dovere di svolgere accertamenti sulla esistenza di istituti dello stato richiedente che assicurino una specifica tutela della condizione dell'imputato minorenne, anche sotto il profilo della valutazione della sua imputabilità».Secondo i supremi giudici infatti per dare il via libera al rimpatrio di persone minori deve essere provato che, nel loro paese di origine, il processo si è svolto con una indagine «sulla personalità e maturità» degli adolescenti rinviati a giudizio. La Suprema Corte ha inoltre affermato che - contrariamente a quanto è sempre avvenuto fino ad ora - le corti d'appello non potranno più occuparsi di estradizione di minori, ma servono degli appositi giudici minorili perché gli adolescenti necessitano di una «specifica tutela anche sotto il profilo della valutazione della loro imputabilità». Con questa decisione la Sesta Sezione Penale della Cassazione - con la sentenza 21005 - ha annullato la sentenza con la quale la Corte d'Appello di Roma, lo scorso 24 aprile, aveva disposto la consegna di una rumena di 19 anni nei confronti della quale il tribunale di Craiova aveva emesso, lo scorso 14 febbraio, un mandato di arresto europeo fondato sulla sentenza di condanna, definitiva, a due anni di reclusione pronunciata il 21 dicembre 2006. Tra il settembre e l'ottobre 2003, la ragazzina era stata sorpresa a rubare in alcuni negozi. Poco dopo, con la sua famiglia, si era data alla fuga in Italia dove è stata fermata, lo scorso 12 febbraio, a Roma e condotta nel carcere di Rebibbia. L'arresto veniva convalidato dal presidente della Corte d'Appello di Roma per quanto riguarda il Mae. La ragazza, inoltre, è stata arrestata anche per altri reati commessi in Italia. Contro il rimpatrio la sua difesa ha fatto breccia in Cassazione. Qui la ragazza ha sostenuto che i furti li aveva commessi a 14 anni e che era stata costretta a commetterli dal padre e che il processo si era svolto in sua assenza essendosi lei trasferita in Italia. La Suprema Corte gli ha dato ragione dal momento che non era stata acquisita alcuna prova o perizia sull'accertamento della sua maturità psichica. Alla Corte d'Appello di Roma la Cassazione rimprovera di non aver chiesto all'autorità rumena «alcun atto» dal quale si possa accertare la «capacità di discernimento» della minore all'epoca dei fatti. Per gli ermellini questo accertamento è «un presupposto imprescindibile "ai fini dell'accoglimento della domanda di consegna". Nel disporre la liberazione della ragazzina rumena - se non detenuta per altra causa - la Suprema Corte avverte il presidente della Corte d'Appello di affidare questo fascicolo alla Sezione per i Minorenni.

Non sempre la colpa del divorzio è di chi tradisce

La colpa del divorzio non può essere addebitata a chi ha tradito se la relazione extraconiugale è stata solo la conseguenza della crisi del matrimonio, già irreversibilmente in atto, e non la causa. Resta comunque "una violazione particolarmente grave dei doveri coniugali".
E' quanto si evince dalla sentenza 13431 depositata dalla Corte di Cassazione il 23 maggio 2008 e con la quale è stato respinto il ricorso di un ex marito che chiedeva di addebitare alla moglie la separazione perché sembra che, dopo una crisi particolarmente profonda tra i due, lei lo avesse tradito. Il tribunale di Palermo, in primo grado, gli aveva dato ragione. Poi la Corte d'appello siciliana, a novembre del 2003, aveva cambiato idea "negando l'addebito alla ex moglie e attribuendo un assegno a carico del marito". Così lui ha fatto ricorso alla Suprema Corte ma con scarso successo: la prima sezione civile, ripercorrendo la decisione della Corte d'appello ha infatti giudicato quest'ultima congruamente motivata perché dalla ricostruzione dei fatti era emerso che il tradimento non era stato la causa della crisi ma piuttosto la conseguenza di una crisi fra i due già in atto e che, ad ogni modo, avrebbe portato di lì a poco alla separazione.
In particolare, si legge nelle motivazioni, "quanto all'inosservanza dell'obbligo di fedeltà, questa rappresenta una violazione particolarmente grave la quale deve ritenersi di regole circostanza sufficiente a determinare l'addebito della separazione a carico del coniuge responsabile, fermo restando che deve sussistere il nesso di causalità fra l'infedeltà e la crisi coniugale, il quale viene meno ove preesista una crisi già irrimediabilmente in atto".

Rischia la sospensione il dipendente statale che "naviga" troppo

Lo statale che naviga troppo sul web e scarica su archivi personali materiale non legato al suo lavoro rischia la sospensione dal posto di lavoro. Un comportamento di questo tipo, infatti, dice la Cassazione, puo' configurare il reato di peculato punito al pari delle telefonate private fatte dall'ufficio. Applicando questo principio, la Sesta sezione penale ha accolto il ricorso della Procura di Bari contro la revoca della sospensione dall'esercizio di pubblico servizio accordata ad un dipendente del comune di Trani, Maurizio D.A., pizzicato a servirsi "del computer d'ufficio, cui era collegato un masterizzatore dvd, per uso personale usufruendo della rete informatica del comune". L'impiegato comunale, ricostruisce la sentenza 20326, "navigava in internet su siti non istituzionali, scaricando su archivi personali dati e immagini non inerenti alla pubblica funzione, prevalentemente materiale di carattere pornografico, con danno economico dell'ente". Indagato per peculato, l'impiegato comunale era stato prima sospeso dal Tribunale di Trani, aprile 2007, e riammesso dal Tribunale di Bari, un mese dopo, sulla base del fatto che il reato di peculato "tutela il patrimonio della P.A. e che lo stesso non poteva essere depauperato a seguito dei collegamenti in questione di un computer comunque e sempre collegato alla rete elettrica e telefonica indipendentemente dall'uso della navigazione".

Mario Pavone: Le detenute-madri. Riflessioni a margine della sentenza di Cogne

La sentenza di condanna emessa dalla Corte di Cassazione a carico di Annamaria Franzoni in relazione ai fatti di Cogne,al di la’ delle divisioni tra colpevolisti ed innocentisti, ripropone con forza il problema della detenzione delle madri di figli minori e del trattamento penitenziario previsto in tali casi.
La criminalita’ femminile e’ divenuta materia di indagine e di studio solo da poco. Da quando cioe’, negli ultimi trent'anni, le donne sono diventate protagoniste del profondo cambiamento sociale che ha interessato il nostro paese e che si e’ risolto nella approvazione di una serie di leggi a favore della liberta’ e della emancipazione delle donne: dalla procreazione controllata alla depenalizzazione dell'aborto, dal divorzio all'abrogazione del reato di adulterio femminile, con il riconoscimento di una parita’ - in termini di diritto di accesso a lavori prima esclusivi del mondo maschile e di parita’ di retribuzione - che interessa ora l'intera sfera sociale.

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ESPULSIONI E DI ALLONTANAMENTI PER TERRORISMO E PER MOTIVI IMPERATIVI DI PUBBLICA SICUREZZA - DECRETO-LEGGE 29 dicembre 2007 n. 249


DECRETO-LEGGE 29 dicembre 2007, n. 249

(pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 1 del 2 gennaio 2008)

MISURE URGENTI IN MATERIA DI ESPULSIONI E DI ALLONTANAMENTI PER TERRORISMO E PER MOTIVI IMPERATIVI DI PUBBLICA SICUREZZA

Il Presidente della Repubblica

Visti gli articoli 77 e 87 della Costituzione;

Visto il decreto-legge 27 luglio 2005, n. 144, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 luglio 2005, n. 155, recante misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale;

Ritenuta la straordinaria necessità ed urgenza di integrare gli strumenti di prevenzione e contrasto del terrorismo internazionale, con particolare riguardo a quelli di cui all'articolo 3 del predetto decreto-legge, introducendo disposizioni finalizzate sia ad assicurare l'effettività delle espulsioni ivi previste, nel rispetto delle garanzie costituzionali, sia a disciplinare, con i medesimi obiettivi di effettività e di rafforzamento delle garanzie, l'allontanamento dei cittadini comunitari per motivi di prevenzione del terrorismo;

Ritenuta, altresì, la necessità e l'urgenza di disciplinare parimenti l'immediata esecuzione dei provvedimenti di allontanamento dal territorio nazionale dei cittadini dell'Unione europea adottati per motivi imperativi di pubblica sicurezza, con particolare riferimento alla specifica individuazione dei motivi che ne legittimano l'adozione, considerando che il recente ampliamento dello spazio di applicazione degli accordi di Schengen rafforza l'esigenza di una immediata risposta operativa nei casi di particolare gravità;

Ritenuta, pertanto, la necessità e l'urgenza di realizzare un quadro normativo volto a dare completa e puntuale applicazione ai meccanismi di tutela per le limitazioni alla libertà personale conseguenti all'esecuzione dei provvedimenti di espulsione e di allontanamento, così da assicurare un più intenso e complessivo sistema di garanzie giurisdizionali, con la specifica individuazione del giudice competente, fin dalla fase di immediata applicazione dei provvedimenti;

Tenuto conto che le disposizioni del presente provvedimento innovano sostanzialmente quelle del decreto-legge 1° novembre 2007, n. 181, e sono fondate su autonomi presupposti di necessità e urgenza;

Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione del 28 dicembre 2007;

Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, del Ministro dell'interno e del Ministro della giustizia, di concerto con i Ministri degli affari esteri e dell'economia e delle finanze;

Emana il seguente decreto-legge:

Art. 1.

Misure in tema di espulsione dal territorio nazionale per motivi di prevenzione del terrorismo

1. All'articolo 3 del decreto-legge 27 luglio 2005, n. 144, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 luglio 2005, n. 155, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) il comma 2 é sostituito dai seguenti: "2. Nei casi di cui al comma 1, il decreto di espulsione é immediatamente esecutivo, anche se sottoposto a gravame o impugnativa da parte dell'interessato. L'esecuzione del provvedimento é disposta dal questore ed é sottoposta alla convalida da parte del tribunale in composizione monocratica secondo le disposizioni di cui all'articolo 13, comma 5-bis, del decreto legislativo n. 286 del 1998.

2-bis. Se il destinatario del provvedimento é sottoposto a procedimento penale, si applicano le disposizioni di cui all'articolo 13, commi 3, 3-bis, 3-ter, 3-quater e 3-quinquies del decreto legislativo n. 286 del 1998.";

b) i commi 5 e 6 sono abrogati.



Art. 2.

Autorità giudiziaria competente in tema di espulsione di stranieri e di allontanamento di cittadini dell'Unione europea.

1. Agli articoli 13, 13-bis e 14 del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, di seguito denominato: "decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286", le parole: "giudice di pace", ovunque ricorrano, sono sostituite dalle seguenti: "tribunale ordinario in composizione monocratica".

Art. 3.

Allontanamento dei cittadini dell'Unione europea per motivi di prevenzione del terrorismo

1. Oltre a quanto previsto dall'articolo 20 del decreto legislativo 6 febbraio 2007, n. 30, il Ministro dell'interno può disporre, con atto motivato, l'allontanamento del cittadino dell'Unione europea o dei suoi familiari, qualunque sia la loro cittadinanza, nelle circostanze di cui all'articolo 3, comma 1, del decreto-legge 27 luglio 2005, n. 144, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 luglio 2005, n. 155. Il provvedimento é adottato nel rispetto del principio di proporzionalità e non può essere motivato da ragioni estranee ai comportamenti individuali dell'interessato. L'esistenza di condanne penali non giustifica automaticamente l'adozione di tali provvedimenti.

2. Il provvedimento é notificato all'interessato e riporta le modalità di impugnazione e la durata del divieto di reingresso sul territorio nazionale, che non può essere inferiore a cinque anni e superiore a dieci anni. Se il destinatario non comprende la lingua italiana, il provvedimento é accompagnato da una sintesi del suo contenuto, anche mediante appositi formulari, sufficientemente dettagliati, redatti in una lingua a lui comprensibile o comunque in una delle lingue francese, inglese, spagnolo o tedesco, secondo la preferenza indicata dall'interessato. L'allontanamento é immediatamente eseguito dal questore e si applicano le disposizioni di cui all'articolo 13, comma 5-bis, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286.

3. Il destinatario del provvedimento può presentare domanda di revoca del divieto di reingresso dopo che, dall'esecuzione del provvedimento, sia decorsa almeno la metà della durata del divieto, e in ogni caso decorsi tre anni. Nella domanda devono essere addotti gli argomenti intesi a dimostrare l'avvenuto oggettivo mutamento delle circostanze che hanno motivato la decisione di vietare il reingresso nel territorio nazionale. Sulla domanda, entro sei mesi dalla sua presentazione, decide con atto motivato l'autorità che ha emanato il provvedimento di allontanamento. Durante l'esame della domanda l'interessato non ha diritto di ingresso nel territorio nazionale.

Art. 4.

Allontanamento immediato dei cittadini dell'Unione europea per motivi imperativi di pubblica sicurezza

1. Il provvedimento di allontanamento dal territorio nazionale per motivi imperativi di pubblica sicurezza nei confronti del cittadino dell'Unione europea o del suo familiare, qualunque sia la sua cittadinanza, é adottato nel rispetto del principio di proporzionalità e non può essere motivato da ragioni estranee ai comportamenti individuali dell'interessato che rappresentino una minaccia concreta e attuale alla pubblica sicurezza. L'esistenza di condanne penali non giustifica automaticamente l'adozione di tali provvedimenti.

2. I motivi imperativi di pubblica sicurezza sussistono quando la persona da allontanare, sia essa cittadino dell'Unione europea o familiare di cittadino dell'Unione europea che non abbia la cittadinanza di uno Stato membro, abbia tenuto comportamenti che costituiscono una minaccia concreta, effettiva e grave alla dignità umana o ai diritti fondamentali della persona ovvero all'incolumità pubblica, rendendo urgente l'allontanamento perché la sua ulteriore permanenza sul territorio é incompatibile con la civile e sicura convivenza.

3. Ai fini dell'adozione del provvedimento di allontanamento per motivi imperativi di pubblica sicurezza, si tiene conto anche di eventuali condanne, pronunciate da un giudice italiano o straniero, per uno o più delitti non colposi, consumati o tentati, contro la vita o l'incolumità della persona, o per uno o più delitti corrispondenti alle fattispecie indicate nell'articolo 8 della legge 22 aprile 2005, n. 69, di eventuali ipotesi di applicazione della pena su richiesta a norma dell'articolo 444 del codice di procedura penale per i medesimi delitti, ovvero dell'appartenenza a taluna delle categorie di cui all'articolo 1 della legge 27 dicembre 1956, n. 1423, e successive modificazioni, o di cui all'articolo 1 della legge 31 maggio 1965, n. 575, e successive modificazioni, nonché di misure di prevenzione disposte da autorità straniere o di provvedimenti di allontanamento disposti da autorità straniere.

4. Il provvedimento di cui al comma 1 é adottato con atto motivato dal prefetto territorialmente competente secondo la residenza o dimora del destinatario, ovvero dal Ministro dell'interno qualora il destinatario abbia soggiornato nel territorio nazionale nei dieci anni precedenti o sia minorenne. Per le modalità di adozione del provvedimento e di comunicazione al destinatario si applicano le disposizioni di cui all'articolo 3, comma 2, ma il divieto di reingresso non può avere durata superiore ai cinque anni.

5. Per la revoca del divieto di reingresso si applicano le disposizioni di cui all'articolo 3, comma 3.





Art. 5.

Sanzioni per la violazione del divieto di reingresso conseguente all'allontanamento

1. Il destinatario del provvedimento di allontanamento, adottato per motivi imperativi di pubblica sicurezza, che rientra nel territorio nazionale in violazione del divieto di reingresso é punito con la reclusione fino a tre anni ed é nuovamente allontanato con esecuzione immediata, alla quale si applicano le disposizioni di cui all'articolo 13, comma 5-bis, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286.

2. Si applica la pena della reclusione fino a quattro anni, se il fatto avviene in violazione del provvedimento di allontanamento emesso a norma dell'articolo 3.

Art. 6.

Procedimento penale pendente a carico del destinatario del provvedimento di allontanamento

1. Qualora il destinatario del provvedimento di allontanamento di cui agli articoli 3 e 4 del presente decreto sia sottoposto a procedimento penale, si applicano le disposizioni di cui all'articolo 13, commi 3, 3-bis, 3-ter, 3-quater e 3-quinquies, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286.

2. Nei casi di cui al comma 1, il questore può disporre il trattenimento in strutture già destinate per legge alla permanenza temporanea.

3. Non si dà luogo alla sentenza di cui all'articolo 13, comma 3-quater, del citato decreto legislativo n. 286 del 1998, qualora si proceda per i reati di cui all'articolo 380 del codice di procedura penale.

4. Quando il procedimento penale pendente sia relativo ai reati di cui all'articolo 380 del codice di procedura penale, si può procedere all'allontanamento solo nell'ipotesi in cui il soggetto non sia sottoposto a misura cautelare detentiva per qualsiasi causa.

5. In deroga alle disposizioni sul divieto di reingresso, il destinatario del provvedimento di allontanamento, sottoposto ad un procedimento penale ovvero parte offesa nello stesso, può essere autorizzato a rientrare nel territorio dello Stato, dopo l'esecuzione del provvedimento, per il tempo strettamente necessario all'esercizio del diritto di difesa, al solo fine di partecipare al giudizio o di compiere atti per i quali é necessaria la sua presenza. Salvo che la presenza dell'interessato possa procurare gravi turbative o grave pericolo all'ordine pubblico o alla sicurezza pubblica, l'autorizzazione é rilasciata dal questore, anche per il tramite di una rappresentanza diplomatica o consolare, su documentata richiesta del destinatario del provvedimento di allontanamento, o del suo difensore.

Art. 7.

Tutela giurisdizionale avverso i provvedimenti di allontanamento

1. Avverso i provvedimenti di allontanamento adottati dal Ministro dell'interno ai sensi dell'articolo 3, può essere presentato ricorso al tribunale amministrativo regionale per il Lazio, sede di Roma.

2. Avverso i provvedimenti di allontanamento per motivi imperativi di pubblica sicurezza può essere presentato ricorso entro venti giorni dalla notifica, a pena di inammissibilità, al tribunale in composizione monocratica in cui ha sede l'autorità che lo ha adottato. Il tribunale decide a norma degli articoli 737 e seguenti del codice di procedura civile.

3. I ricorsi di cui ai commi 1 e 2, sottoscritti personalmente dall'interessato, possono essere presentati anche per il tramite di una rappresentanza diplomatica o consolare italiana; in tale caso l'autenticazione della sottoscrizione e l'inoltro all'autorità giudiziaria italiana sono effettuati dai funzionari della rappresentanza. La procura speciale al patrocinante legale é rilasciata avanti all'autorità consolare presso cui sono eseguite le comunicazioni relative al procedimento.

4. I ricorsi di cui ai commi 1 e 2 possono essere accompagnati da una istanza di sospensione dell'esecutorietà del provvedimento di allontanamento; la presentazione dell'istanza non ha effetto sospensivo del provvedimento impugnato.

5. Al cittadino comunitario o al suo familiare, qualunque sia la sua cittadinanza, cui é stata negata la sospensione del provvedimento di allontanamento é consentito, a domanda, l'ingresso ed il soggiorno nel territorio nazionale per partecipare al procedimento di ricorso, salvo che la sua presenza possa procurare gravi turbative o grave pericolo all'ordine pubblico o alla sicurezza pubblica. L'autorizzazione é rilasciata dal questore anche per il tramite di una rappresentanza diplomatica o consolare italiana su documentata richiesta dell'interessato.

Art. 8.

Disposizione finanziaria

1. Agli oneri derivanti dall'attuazione dell'articolo 1, comma 1, lettera a), valutati in euro 30.000 annui a decorrere dal 2008, e dall'attuazione dell'articolo 3, comma 2, valutati in euro 120.000 per l'anno 2008, euro 108.000 per l'anno 2009 ed euro 96.000 a decorrere dall'anno 2010, si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 2008-2010, nell'unità previsionale di base "Oneri comuni di parte corrente", istituita nell'ambito del programma "Fondi di riserva e speciali", dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2008, allo scopo parzialmente utilizzando l'accantonamento relativo al Ministero dell'interno.

2. Il Ministro dell'interno provvede al monitoraggio degli oneri di cui al comma 1, informando tempestivamente il Ministero dell'economia e delle finanze, anche ai fini dell'adozione dei provvedimenti correttivi di cui all'articolo 11-ter, comma 7, della legge 5 agosto 1978, n. 468, e successive modificazioni. Gli eventuali decreti emanati ai sensi dell'articolo 7, secondo comma, n. 2), della legge 5 agosto 1978, n. 468, prima della data di entrata in vigore dei provvedimenti o delle misure di cui al periodo precedente, sono tempestivamente trasmessi alle Camere, corredati da apposite relazioni illustrative.

Art. 9.

Entrata in vigore

1. Il presente decreto entra in vigore il giorno stesso della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana e sarà presentato alle Camere per la conversione in legge.

Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sarà inserito nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E' fatto obbligo a

Immigrati, tutti pronti all'invio

di Angela Manganaro

www.ilsole240re.com

Su sei che hanno fatto richiesta, solo uno otterrà il permesso di soggiorno. A 24 ore dalla prima delle tre gare online per assumere lavoratori extracomunitari, ci sono più di 280mila domande per cittadini dei 14 Paesi che hanno firmato accordi bilaterali con l'Italia, contro 47.100 posti (quelle che vengono chiamate quote riservate).Domani dalle 8, chi spedirà al sito del Viminale la domanda per marocchini, bangladesi, moldavi, albanesi, filippini (si veda l'elenco dei 14 Stati nella tabella a lato) avrà una possibilità su sei di aggiudicarsi il suo lavoratore.

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CASSAZIONE: PARCHEGGIO SULLE STRISCE? MULTA ANCHE A INVALIDI

Si va sempre incontro a una multa se si parcheggia sulle strisce pedonali, anche se si e’ invalidi e l’auto e’ munita dell’apposito contrassegno. E’ quanto si evince da una sentenza della Cassazione, con la quale e’ stata confermata la sanzione, pari a 127 mila vecchie lire, elevata ad una donna che aveva lasciato la propria vettura proprio sull’attraversamento pedonale. Il giudice di pace di Terni aveva dato invece ragione alla signora, che aveva detto di aver posteggiato sulle strisce per “non intralciare il traffico e per non bloccare le altre autovetture regolarmente parcheggiate”, per non piu’ di un quarto d’ora, per sbrigare una pratica in banca. Il giudice di primo grado aveva cosi’ ritenuto che le ragioni della donna fossero “attendibili” e che “l’illecito amministrativo era stato commesso per necessita’”.La Suprema Corte (seconda sezione civile, sentenza n.25388), invece, accogliendo il ricorso del Comune di Terni contro il provvedimento del giudice di pace, ha osservato che “anche coloro che utilizzano gli autoveicoli per il trasporto delle persone invalide (in possesso dello specifico contrassegno), nonostante alcune agevolazioni accordate a tale tipologia di utenza, devono rispettare i divieti imposti dall’articolo 158″ del codice della strada (divieto di sosta, ndr) “proprio per la presunzione accordata dal legislatore di intralcio e pericolo per la circolazione nel caso delle specifiche violazioni”.